Crea sito

Giambattista Vico nel Cilento – foto di Palazzo de Vargas by Cilentano.it

Immagini del Cilento nell’opera di Giambattista Vico
(Fernando La Greca)

E’ noto come Giambattista Vico abbia dimorato per nove anni a Vatolla nel Cilento, come precettore dei figli del marchese Domenico Rocca, dal 1686 al 1695. Nato nel 1668, Vico ebbe dunque questo incarico a 18 anni, lasciandolo a 27 quando ritornò definitivamente a Napoli e vi ottenne poco dopo la nomina di professore di retorica all’Università. Nella quiete del paesello cilentano, Vico “fece il maggior corso degli studi suoi”, prediligendo la filosofia, la poesia e il diritto.

Invano però cercheremo notizie estese su questa presenza a Vatolla negli scritti di Vico: ne accenna brevemente solo nella Autobiografia (dove parla di sé in terza persona):

“Andava egli frattanto a perdere la dilicata complessione in mal d’eticìa, ed eran a lui in troppe angustie ridotte le famigliari fortune, ed aveva un ardente desiderio di ozio per seguitare i suoi studi, e l’animo abborriva grandemente dallo strepito del fòro, quando portò la buona occasione che, dentro una libreria, monsignor Geronimo Rocca vescovo d’Ischia, giureconsulto chiarissimo, come le sue opere il dimostrano, ebbe con essolui un ragionamento d’intorno al buon metodo d’insegnare la giurisprudenza. Di che il monsignore restò così soddisfatto che il tentò a volerla andare ad insegnare a’ suoi nipoti in un castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima aria, il quale era in signoria di un suo fratello, signor don Domenico Rocca (che poi sperimentò gentilissimo suo mecenate e che si dilettava parimente della stessa maniera di poesia), perché l’arebbe dello in tutto pari a’ suoi figliuoli trattato (come poi in effetti il trattò), ed ivi dalla buon’aria del paese sarebbe restituito in salute ed arebbe tutto l’agio di studiare.

Così egli avvenne, perché quivi avendo dimorato ben nove anni, fece il maggior corso degli studi suoi, profondando in quello delle leggi e dei canoni, al quale il portava la sua obbligazione”.

Continua poi descrivendo le sue letture e i suoi studi di diritto, filosofia, poesia, metafisica, il tutto da autodidatta e approfittando di “una libreria de’ padri minori osservanti di quel castello”. Si tratta della biblioteca del convento di S. Maria della Pietà, poi passata alla famiglia Ventimiglia (vd. Volpe 1988). Più avanti, accenna a studi fatti “verso la fine della sua solitudine, che ben nove anni durò”. Infine, “con questa dottrina e con questa erudizione il Vico si ricevé in Napoli come forestiero nella sua patria”. Qui, constatando la decadenza della filosofia e delle lettere, non rimpiange il trascorso isolamento:

“Talché, per tutte queste cose, il Vico benedisse non aver lui avuto maestro nelle cui parole avesse egli giurato, e ringraziò quelle selve, fralle quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso dei suoi studi senza niun affetto di setta, e non nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere. […] Per queste ragioni il Vico non solo viveva da straniero nella sua patria, ma anche sconosciuto”.

Queste le uniche, poche notizie che ci dà lo stesso Vico sul suo soggiorno a Vatolla, notizie peraltro volontariamente deformate. Probabilmente egli non insegnò giurisprudenza ai figli del marchese Rocca, se non negli ultimi anni della sua permanenza (Nicolini 1932, p. 134); inoltre il soggiorno nel Cilento non fu continuo, in quanto la famiglia Rocca si spostava periodicamente, secondo le esigenze, tra Napoli, Portici e Vatolla (vd. Nicolini 1953, p. 12, note). Ancora, tra questi spostamenti, Vico trovò anche il tempo di laurearsi in diritto, pare, a Salerno, nel 1694 (vd. Nicolini 1932, p. 38; Soccio 1983, p. VII).

L’insistenza sullo studio solitario e indipendente, studio che poi gli varrà la notorietà futura, fa di Vatolla quasi un luogo mitico, individuato unicamente dall’aria salubre, dalle selve e dalla biblioteca. Esigenze di “immagine”, ovviamente: Vico dipingeva per i lettori della sua Autobiografia un ideale autoritratto (cfr. Nicolini 1932, p. 98 e p. 118). Abbiamo così un lungo e particolareggiato elenco di autori antichi e moderni da lui studiati a Vatolla, ma non una parola di più sugli abitanti, la vita che vi si svolgeva, il paesaggio. Qualche studioso, occupandosi del soggiorno di Vico a Vatolla, non ha potuto far altro che ripiegare, per una trentina di pagine, su una tradizione locale, riguardante un olivo sotto il quale il filosofo se ne stava a leggere e meditare (Rotunno 1929; su Vatolla alla fine del Seicento, vd. anche Nicolini 1932, pp. 47-59).

Certamente non potevamo aspettarci da Vico descrizioni da “inviato speciale”, ma nove anni nel Cilento, anche non continui, non possono dimenticarsi facilmente. Quasi per gioco, abbiamo provato a rintracciare nell’opera di Vico passi che potessero, in qualche modo, riferirsi ad immagini ed esperienze di quei nove anni passati a Vatolla, e ne abbiamo trovati veramente tanti. Si tratta di paesaggi, scorci di vita campagnola, agreste, anche appena accennati, presenti specialmente nelle sue poesie e nell’opera maggiore, Scienza Nuova. Facile è l’obiezione: ma in che cosa potevano differire i contadini, i paesaggi dei dintorni di Napoli da quelli del Cilento? La risposta è che la nostra lettura vuole essere solo una ricerca di indizi, sulla base dell’ipotesi che, fra tante immagini, qualcuna dovrà pur riferirsi al Cilento, vista l’importanza e la durata di quel periodo di “solitudine” per Vico, e considerato che la sua vita per il resto si svolse quasi sempre a Napoli, in città, fra la libreria paterna, le scuole, lo studio, e poi gli “strepiti domestici”, le lezioni all’università, le lezioni private per sbarcare il lunario e mantenere gli otto figli, la stesura e la stampa dei suoi scritti.

Ora, paesaggi e scene agresti erano di moda in quel periodo: il primo Settecento è indicato in letteratura come l’età dell’Arcadia, dal nome di un’accademia romana, diffusasi in tutta l’Italia. I suoi membri si dissero “pastori” e scrissero componimenti poetici a carattere pastorale, sul mondo dei boschi e dei campi. Ma questa “vita pastorale” fu un’evasione dalla realtà, una convenzione espressiva di aristocratici travestiti da pastori: un gioco sentimentale di galanteria, di musica, di grazia e raffinatezza, di malinconia, ambientato in un paese immaginario, di sogno, che non ha nulla a che fare con la dura vita di pastori e contadini reali.

Anche Vico fu “accolto” nell’Arcadia, ma i suoi pastori sono rudi, vivono di “sudor, fatighe e stenti”, il loro amore è “rozzo”, la loro caccia “faticosa”; i boschi leggiadri degli arcadi sono per Vico “aspre selve, solinghe, orride e meste”. Insomma, Vico mostra un’attenzione maggiore alla realtà, per niente “arcadica”, attenzione formatasi dalla lettura di Lucrezio e, forse, secondo la nostra ipotesi, durante i suoi soggiorni nel Cilento.

Una poesia giovanile, Affetti di un disperato, del 1692 (quindi del periodo di Vatolla), intrisa di pessimismo, sembra ricordare elementi del paesaggio cilentano: faggi, lauri, sole, ombra, pastori, selve (vv. 106-109; 118-126; 144-147; cfr. Nicolini 1932, p. 126):

“Mi venne sol da luminosa parte
del cielo una vaghezza di destare
a’ piè de’ faggi e poi de’ lauri a l’ombra
la bella luce che fa l’alme chiare,
[…] Oh inver beati voi, ninfe e pastori,
cui sa ignoranza cagionar contenti,
ch’oblïati sudor, fatighe e stenti
acquetar vi sapete a un dono frale
o di poma o di latte over di fiori;
ed al caldo ed al gel diletto e gioco
vi reca l’ombra fresca e ‘l sacro foco;
né altra gioia a voi sembra che piaccia
che rozzo amore o faticosa caccia!
[…] Ma per le pene mie i’ giuro a queste
aspre selve, solinghe, orride e meste,
che non mai turberà, mentre respiro,
i lor alti silenzi un mio sospiro”.

Nella canzone In morte del Maresciallo Antonio Carafa (scritta nel 1693) troviamo la descrizione di una tempesta, forse una di quelle che (raramente) si abbattono sulle colline cilentane, con cielo scuro, venti che atterrano i pini, neve, tuoni e piogge, mareggiata (vv. 10-20):

“Del mestiero de l’armi
l’onor più grande, il più bel pregio ha tolto:
ond’oscurato ‘l ciel da l’altra parte,
coi venti, a’ quai l’annoso pin s’atterra,
nevò qua giuso d’ognintorno; e donde
s’abbassa, svegliand’ire in mezo l’onde,
pianse con tuoni e piogge il nostro Marte,
e de l’acque la mente di sotterra
col gran tridente a tal scosse la terra,
che del mondo parea lo spirto stanco,
che ‘l desta e nutre, omai venisse manco”.

Nell’Epitalamio scritto nel 1694 per le nozze del Principe d’Omignano con Giulia Rocca dei Marchesi di Vatolla, troviamo ancora selve, sorgenti, viole, viti, olmi, e infine il fiume Alento (vv. 52-58; 69-78; 110-113):

“Come a chiara e fresc’onda
in chiuse parti e sole
di sacra selva accolta in fonte vivo,
fanno onor sulle sponde
e ligusti e viole
col venticello crespo e fuggitivo:
tutto lieto e giulivo,
[…] Come vedova vite
nata in non culto piano
giace squallida, umìle, infruttuosa,
che le braccia smarrite
talor inalza invano,
e ratto mesta al suol le gitta e posa;
ma s’all’olmo si sposa,
s’inalza al cielo, e dona
di sé l’uva gradita,
e dolce e colorita,
[…] le virtù de’ maggiori,
che in cento e cento lustri
vissero sempre illustri
in riva al chiaro Alete almi signori”.

Ancora, nella poesia Giunone in danza, del 1721, una specie di prologo poetico alla Scienza Nuova, Vico sottolinea le fatiche dei contadini, lo sforzo per strappare alle selve terreni da coltivare: “…sempre coltivare i campi a’ padri / per solo sostentar l’egra lor vita […] …perché guardasse loro / colti i campi e sicuri, / che guardando sicuri erano colti; / e tutto ciò per tema che la terra / non ritornasse alla gran selva antica […] …cotesta tua gran falce / […] non ebbe altr’uso che di mieter biade”. Nella canzone, con la stessa tematica, Origine, progresso e caduta della poesia italiana, troviamo un paesaggio estivo non certamente da Arcadia: “…il sole / secca i torrenti e le campagne asseta” (per i testi completi delle poesie citate, vd. Soccio 1983, pp. 93-171).

Questa attenzione alla realtà, oltre che dalle poesie, risalta soprattutto nella Scienza Nuova, quando descrive popoli primitivi o fa paragoni, rapidi e incisivi, con i contadini e i “giornalieri” del suo tempo. Si tratta di flash veloci e sfuggenti, ma illuminanti su elementi del paesaggio e sulla vita quotidiana delle classi sociali subalterne: parole che evidenziano un’esperienza reale, diretta, di vita dura, di stenti e sacrifici (nato in città, Vico proveniva da una famiglia con l’assillante problema del pane quotidiano, e anche in seguito visse nelle angustie economiche: poteva quindi ben capire le condizioni di vita dei contadini). Se, come ipotizziamo, alcune di queste immagini sono ricordi del soggiorno nel Cilento, allora Vatolla non è “in Arcadia”, non è quel posto mitico che Vico vorrebbe farci intendere nell’Autobiografia, ed egli stesso, inconsciamente, ci svela molto del suo vero aspetto.

Di tale mancata Arcadia si accorse, da par suo, Cesare Pavese, attento lettore di Vico, incantato dal suo “aggirarsi perpetuo tra il selvaggio e il contadinesco” (Il mestiere di vivere, 19 agosto 1944. Su Pavese e Vico, vd. Mariani 1968, Lanza 1977). In due pagine del suo diario (Il mestiere di vivere, alla data del 5 novembre 1943) raccoglie alcuni passi esemplari (tratti dalla Scienza Nuova del 1744) sul senso della realtà “campagnuola, villereccia” del Vico. Vale la pena di riportare tutto il brano.

“Vico è il solo scrittore italiano che senta la vita rustica, fuori d’Arcadia. Le durezze, le ingenuità della sua frase dànno risalto a questo senso della realtà campagnuola, villereccia. Il fatto stesso che ne tocca sempre di passaggio, in polemica, utilitariamente, è riprova di questa schiettezza.
Approfondisci su Cilentocultura

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

error: il contenuto e\' protetto