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Carlo Pisacane e la spedizione dei trecento

(wikipedia) – La spedizione di Sapri fu una impresa rivoluzionaria tentata da Carlo Pisacane e da un gruppo ristretto di mazziniani almeno in parte in modo autonomo dal proprio punto di riferimento, che nei piani consisteva nella liberazione dei detenuti politici dalla prigione borbonica di Ponza e quindi nel provocare una rivolta in terraferma. Un contributo finanziario fu offerto dal banchiere livornese Adriano Lemmi.

Il piano originale, secondo il metodo insurrezionale mazziniano, prevedeva di accendere un focolaio di rivolta in Sicilia dove era molto diffuso il malcontento contro i Borbone, e da lì estenderla a tutto il Mezzogiorno d’Italia. Successivamente invece si pensò più opportuno partendo dal porto di Genova di sbarcare a Ponza per liberare alcuni prigionieri politici, lì rinchiusi, per rinforzare le file della spedizione e infine dirigersi a Sapri, che posta al confine tra Campania e Basilicata, era ritenuta un punto strategico ideale per attendere dei rinforzi e marciare su Napoli.
Il primo tentativo

Il 4 giugno 1857, Pisacane si riunì con gli alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell’impresa. Un primo tentativo fallito si ebbe il 6 giugno: l’avanguardia di Rosolino Pilo perse il carico di armi destinato all’impresa in una tempesta. Con l’intento di raccogliere armi e consensi Pisacane si recò a Napoli, travestito da prete. L’esito fu molto deludente ma Pisacane non si lasciò scoraggiare persistendo nei suoi intenti.
La partenza da Genova e lo sbarco a Ponza

Il 25 giugno 1857, a Genova, Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.

Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, per il resto delinquenti comuni, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono affrontati dalle falci dei contadini ai quali le autorità borboniche avevano per tempo annunziato lo sbarco descritto come opera di una banda di ergastolani e delinquenti comuni evasi dall’isola di Ponza. Il 1º luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.
La fuga a Sanza e la morte

Pisacane, Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti riuscirono a fuggire a Sanza, dove furono ancora aggrediti dalla popolazione: perirono in 83. Pisacane morì probabilmente a causa di un colpo del sotto-capo urbano di Sanza, Sabino Laveglia, che lo ferì al fianco sinistro,[2] Falcone si suicidò con la sua pistola, mentre quelli scampati all’ira popolare furono catturati.

Dieci anni dopo, Giuseppe Lazzaro, uno dei dirigenti del Comitato liberale clandestino, commenterà con parole durissime la fine della spedizione:

«Le uccisioni e le ferite fatte barbaramente, all’uso de’cannibali. La parte maggiore in tali scene di sangue fu dovuta a gendarmi, alla guardia urbana, e contadini. Tra questi anche le donne si videro precipitarsi come belve inferocite su disbarcati, ad alcuno de’ quali fu data la caccia su pe’monti come a fiere, e trucidato barbaramente. A quella popolazione poco o nulla culta fu dato ad intendere che si trattasse di briganti, di ladri, di pirati che scendevano a rubare ed a saccheggiare. Le arti più nefande da parte delle Autorità furono aggiunte al piombo ed alla baionetta ; talchè da que’valorosi si ebbe a lottare non solo contro le forze ordinate del Governo, ma contro i pregiudizi e gli errori di tutta intera una popolazione. In simili condizioni i trecento di Sparta non avrebbero potuto difendere il passo della Termopili»
(Giuseppe Lazzaro)
Il processo
I superstiti furono processati nel gennaio del 1858. Il processo fu istituti con circa trecento imputati, quasi tutti originarie delle province napoletane, a parte i due inglesi, qualche siciliano e settentrionale

Nell’atto di accusa il procuratore generale del re Sergio Pacifico cercò di propagandare l’idea di una invasione straniera, senza poter negare la periodica ripetizione di questi moti nel reame:
«Le spedizioni dello straniero di gente armata, nello scopo di promuovere la ribellione, non sono nuove nel nostro reame: ne fu sempre infelice il successo, e pur ciò non fu bastevole ad impedire che altre ne fossero eseguite, …»
(Sergio Pacifico )

I processati condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per “infermità mentale”. Nicotera, che fu in seguito liberato da Garibaldi durante la Spedizione dei Mille e divenne un importante uomo politico dell’Italia unita, fu portato gravemente ferito in catene a Salerno, dove venne processato e condannato a morte. Anche per lui la pena fu tramutata in ergastolo solo per l’intervento del governo inglese, che guardava con crescente preoccupazione la furia repressiva di Ferdinando II delle Due Sicilie.
Il senso dell’impresa

Pur essendo quella di Sapri un’impresa tipicamente mazziniana, condotta senza speranza di premio, in effetti Pisacane si era allontanato dal credo politico del Maestro per accostarsi a un socialismo libertario, espresso dalla formula libertà e associazione.

Contrariamente a Mazzini, che riguardo alla questione sociale proponeva una soluzione interclassista solo dopo aver risolto il problema unitario, Pisacane pensava infatti che per arrivare ad una rivoluzione patriottica unitaria e nazionale occorresse prima risolvere la questione contadina, quella della riforma agraria. Come lasciò scritto nel suo testamento politico in appendice al Saggio sulla rivoluzione, «profonda mia convinzione di essere la propaganda dell’idea una chimera e l’istruzione popolare un’assurdità. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, ed il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero».
Vicino agli ideali mazziniani era Pisacane invece quando aggiungeva nello stesso scritto che quand’anche la rivolta fallisse «ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici… che se il nostro sacrificio non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al suo avvenire.» (C.Pisacane op.cit.)

La spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “questione napoletana”, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano dal malgoverno borbonico che il politico inglese William Ewart Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo».

Infine il tentativo di Pisacane sembrava riproporre la possibilità di un’alternativa democratico-popolare come soluzione al problema italiano: era un segnale d’allarme che costituì per il governo di Vittorio Emanuele II uno stimolo ad affrettare i tempi dell’azione per realizzare la soluzione diplomatico-militare dell’unità italiana.
Il parallelo progetto murattiano
Tra le altre motivazioni della spedizione vi sarebbe anche quella originata dai timori di un risveglio del murattismo, che ambiva alla restaurazione di casa Murat nel sud, tali timori avevano indotto i mazziniani napoletani Giuseppe Fanelli e Nicola Dragone ad organizzare la spedizione di Pisacane, anche per anticipare un analogo tentativo di sbarco insurrezionale, che i murattiani stavano preparando a Marsiglia. Anche in caso di insuccesso il tentativo di Pisacane avrebbe comunque impedito o reso molto difficile l’attuazione di un secondo tentativo murattiano di prendere il potere nel sud.
Il progetto murattiano si ispirava al trattato di Aix in Savoia, alla redazione del quale presero parte Pietro Leopardi ed Antonio Scialoja, con il Saliceti ed il generale Talabot, questi ultimi due in rappresentanza di Luciano Murat. Il trattato di Aix prevedeva la creazione di una confederazione italiana di due regni, uno del nord ed un altro del sud, mentre il papato restava indipendente, progetto che preoccupava i sostenitori dell’unità nazionale, in particolare i repubblicani.

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